Titolo Originale: De rockstar à tueur: le cas Cantat
REGIA: Nicolas Lartigue, Anne-Sophie Jahn
CAST: Bertrand Cantat, Marie Trintignant
Da rockstar ad assassino: il caso Cantat è una miniserie del 2025, creata da Nicolas Lartigue e Anne-Sophie Jahn.
Ma reine, j’ai bien aimé ta paire de claques
Et surtout ton dernier baiser
Des visages, des figures – Noir Désir
Forse l’unico motivo per mantenere un abbonamento Netflix è proprio la qualità delle sue docu-serie true crime, peccato che non si possa dire lo stesso per Da rockstar ad assassino: il caso Cantat. Se avete la mia età o sforate già i quaranta, vi ricorderete di un tormentone estivo che, a differenza di altri, possedeva nel testo la bellezza di certe poesie e nella melodia la leggerezza come la solennità delle ultime giornate d’estate: la canzone era Le vent nous portera e MTV mandava a ripetizione il video criptico (a rivederlo oggi è inquietante) dove un bambino gioca sulla sabbia finché il cielo non diventa oscuro e la madre lo perde di vista. Dietro al singolo ci sta il gruppo Noir Désir, al suo sesto album (uscito l’11 settembre 2001), che gioca col punk blues, post-punk e in tutte le inflessioni che può offrire l’alternative rock. Bertrand Cantat è il carismatico, tormentato (ebbene si, non ci libereremo mai di queste figure) leader del gruppo: alto 1.90 per 85 kg, Cantat è un imponente e bellissimo angelo (o arcangelo) la cui voce sembra toccare il pubblico prima francese e poi europeo, senza dimenticare le sue performance sul palco, performance che noterà per uno studio attoriale Marie Trintignant. Presente a un concerto per calarsi nel ruolo di Janis Joplin, la figlia del grande attore Jean-Louis, incontra Cantat e scatta qualcosa. L’affascinante figlia d’arte amata da tutta la Francia e il talentuoso frontman di un gruppo che aveva raggiunto il suo apice artistico, sembra l’inizio di una favola. In questo caso è “Favole da incubo” di Roberta Bruzzone. Lui ha già moglie, un figlio e uno in arrivo, aspetta che Krisztina Ràdy partorisca e la molla per inseguire “l’amore”. Cantat diventa ossessivo con Marie, geloso la segue a Vilnius (Lituania) dove lei deve girare un film con sua madre, il fratello e uno dei suoi figli. Le impedisce di lavorare stando perennemente in mezzo durante le riprese, e se lo cacciano via la tartassa di sms. Poi, il 26 luglio del 2003 c’è un violento litigio tra i due. Lui aspetta ore per chiamare il fratello di lei mettendolo in stato di allarme, passano altre ore prima che Marie venga portata all’ospedale dai due (mi sarebbe piaciuto che il documentario facesse chiarezza su questo e altri punti); da lì la donna rimane in coma fino al suo ritorno in Francia dove muore. A Vilnius, con la polizia, Cantat mette in scena molte delle tattiche del narcisista maligno, passando dai sensi di colpa palesati con un pianto infinito fino a fornire una immagine brutale di Marie per discolparsi: guardare i filmati d’archivio del primo interrogatorio potrebbe dare a molte persone l’immagine di cosa è un narcisista manipolatore, come riconoscerlo ed evitarlo. I danni al volto di Marie erano di tale gravità che sembrava avesse sbattuto contro un muro a 120 km/h. Lui replica dicendo che dopo essersi difeso dai pugni di lei e averla presa a schiaffi Marie abbia sbattuto contro un termosifone. Un tragico incidente. Sfinita, lui l’avrebbe messa a letto per dormire. Lei era “semplicemente” tramortita dai colpi brutali al setto nasale e non solo.
Nicolas Lartigue e Anne-Sophie Jahn, che hanno diretto la miniserie assieme, suggeriscono che il cantante non abbia mai pagato realmente e del tutto per i crimini commessi, quattro anni, e che le mani sporche di sangue siano molteplici e non sono quelle dell’uomo: dalla Universal ai Noir Désir, e soprattutto i media che hanno dipinto prima con l’omicidio di Marie e, successivamente, col suicidio di Krisztina Ràdy, Cantat come un povero sfigato in amore, un soggetto romantico, uno da delitto passionale roba che Heathcliff spostasti proprio. Nel 2007, in libertà condizionale, Bertrand torna da moglie e figli, rendendo la vita della donna un inferno, inferno che la porterà al suicidio nel 2010. Ci si chiede se le violenze a Ràdy fossero una cosa nuova, post Vilnius, ma inutile dire che della moglie ne abusava anche prima. A lui vengono dedicate copertine, riprende i concerti e continua ad attirare ammirazione, tutto questo dopo avere seviziato la ex moglie impedendole non solo di rifarsi una vita con François Saubadu, ma menandola e staccandole addirittura il cuoio capelluto durante uno dei tanti litigi. I Noir Désir si sciolgono, lui torna con un nuovo gruppo e un nuovo disco che diventa di platino. Inrockuptibles nel 2017 gli dedica una copertina, mentre chi è affamato di giustizia scopre lo stesso schema di violenza anche in ex fidanzate avute negli anni ‘80/90. Il grosso problema di questa docu-serie è che, per chi ha seguito le vicende di Cantat, questi tre episodi non aggiungono assolutamente nulla di nuovo, al massimo possono essere un buon riassunto per chi nel caso Cantat si era fermato alla morte di Marie. Mi fa specie scoprire che tanti non sapessero del triste epilogo di Ràdy, ma per chi ha seguito minimamente la vicenda permane la sensazione che si sia spremuto per più di due ore il poco materiale a disposizione. Ci sono ancora persone che nel 2025 non vogliono parlare, e le poche dichiarazioni di Cantat come la sua prima confessione vengono ripetute fino allo sfinimento. Uno spunto interessante c’è: è un universo dove gli uomini non solo non proteggono le donne, ma se non sono violenti come Cantat sono succubi della paura (François che si tira indietro dopo le minacce del cantante) oppure succubi della fama come i Noir Désir che durante il processo glissano sul temperamento violento del loro leader.
Vorrei dire che per giudicare questi personaggi non ci dovrebbero essere i tribunali social. La docu-serie è uscita il 27 marzo e già leggo tanti piccoli timorati di Dio e fanatici della censura col forcone. Vorrei credere che esista una giustizia, che paghiamo allo Stato persone competenti che non ci inducano a ridurci alla giustizia sommaria, ma giorno dopo giorno la mia fiducia si avvicina allo zero. Il caso Cantat è l’ennesima prova di una giustizia che va riformata, di un sistema marcio fino al midollo e che a noi donne (o alle vittime in generale) si presta attenzione solo da morte, forse. I media francesi non sono migliori di quelli italiani, che all’ennesimo caso di femminicidio tirano fuori la retorica del “buon padre di famiglia”, mentre da loro si parla di delitto passionale. Insomma è un disastro. Ciò che è certo, è che le canzoni dei Noir Dèsir hanno ricevuto una fatwa sui social e se non vedete mai un like o un cuore alle loro canzoni non è shadowban, è la buffa credenza contemporanea che se ci piace l’opera di un mostro ci piace anche il mostro che l’ha creata. Ho la ferma convinzione che fare della buona arte o amare della buona arte non ci renda umanamente migliori; ho conosciuto persone deprecabili venerare i film di Tarkovskij, e persone di buona volontà ridere con Enrico Brignano. Credo, però, che se da tanta sterilità umana, se da psicopatici privi di empatia, da narcisisti tossici, nasce qualcosa di buono, quel buono vada tenuto stretto. Un alito di bellezza, almeno come indennizzo per il troppo dolore che certe persone provocano nel mondo:
Ce parfum de nos années mortes
Ce qui peut frapper à ta porte
Infinié de destins
On en pose un et qu’est-ce qu’on en retient?
Le vent le portera

