Yaguchi Shinobu

Sorprende e non poco vedere il nome di Yaguchi Shinobu alla regia di un horror, Dollhouse, presentato alla 27a edizione del Far East Film Festival. Da oltre trent’anni il suo nome è legato alle commedie ben costruite, come Waterboys del 2001, che ha ispirato numerevoli imitazioni, o Survival Family del 2017, che racconta di una famiglia disfunzionale che cerca di sopravvivere durante un’apocalisse in un futuro prossimo. Yoshie e Tadahiko sono sposati e hanno una figlia di nome Mei, di cinque anni, che muore tragicamente in seguito a un incidente domestico. Yoshie cade nella disperazione, ma quando trova una bambola che somiglia a Mei in un mercatino dell’antiquariato e decide di acquistarla, inizia ad accudirla come fosse la figlia deceduta: acquistandole vestiti, preparandole il cibo, tagliandole i capelli e facendole la manicure regolarmente. Il marito la asseconda perché comprende che la bambola sta svolgendo una funzione terapeutica, liberatoria. I due avranno una nuova figlia, Mai, che riuscirà a far uscire la famiglia dal periodo tragico riportando la serenità. La bambola viene chiusa in un armadio, dove la secondogenita la ritroverà qualche anno dopo chiedendo alla madre di poterci giocare. I capelli e le unghie ricresciuti in modo inquietante, la bambola andrà però cercando vendetta, gelosa dalle attenzioni che la coppia dedica alla nuova figlia e non più a lei. Il tema è già stato sfruttato ampiamente nel genere, ma Yaguchi Shinobu riesce a dargli una nuova variazione, con originalità. La tensione è ben costruita grazie a una colonna sonora di impatto e i jumpscares non mancano. L’inserto di un video You Tube (realizzato ad hoc per il film) mostra un gruppo di influencer che si avventurano in un’isola dell’occulto che poi scopriremo essere il luogo di provenienza di Aya, la bambola. Dollhouse inizia drammatico e realistico, con sfumature sul genere psicologico, ed evolve in un horror vero e proprio.

Come mai ha scelto questa tematica della bambola?
Risaliamo a più di trent’anni fa, quando ero ancora uno studente universitario e mi era capitato tra le mani un manga che mi aveva molto appassionato: La mia bambola è una bella bambola. Ricordo un’atmosfera assolutamente spaventosa: era veramente ben fatto e mi aveva attirato molto. Quasi contemporaneamente, avevo scoperto i kaidan, piccole opere teatrali dove si parla di storie di terrore tipiche giapponesi. Uno dei grandi autori di questo genere si chiamava Junji Inagawa e mi era capitato di vedere uno dei suoi kaidan, in cui si utilizzavano proprio queste bambole, estremamente realistiche. Questa storia era stata per me così spaventosa da procurami degli incubi e così mi sono detto:”Un giorno voglio utilizzare questo tipo di bambole in qualcosa di mio”.
La bambola del film, Aya-chan, è stata realizzata appositamente?
Sì, Aya non è stata acquistata ma è realizzata in modo del tutto originale ai fini del film. Siamo partiti dopo aver fatto il casting per la primogenita della coppia, Mei, e, una volta identificata la bambina, abbiamo realizzato la bambola in modo che le somigliasse. Queste bambole sono una tradizione che esiste da oltre cento anni e riproducono in modo estremamente fedele i tratti somatici sia dei bambini sia degli adulti, sono quindi fatte in scala reale e anche per quanto riguarda la loro espressività, vengono realizzate in modo da sembrare quasi vive. Vengono addirittura usati capelli,unghie e denti di esseri umani per confezionarle.
Le due bambine, Mei e la sorella Mai, come hanno vissuto l’esperienza di Dollhouse?
Per loro è stato divertente, l’hanno presa come un gioco. Non hanno avuto a che fare con le scene di terrore della bambola, quindi si sono semplicemente divertite, perché si trovavano a riprodurre per gioco una famiglia con i due attori protagonisti.
Per quanto riguarda il ruolo della bambola negli horror, ha preso ispirazione da qualche film in particolare?
Ho visto tantissimi film dell’orrore occidentali, che mi piacciono anche molto, in cui appaiono le bambole. Ma avevo dei problemi a trovarli davvero spaventosi, perché nel momento in cui la bambola inizia a muoversi, mi sembra che il film perda qualcosa a livello di emozione per lo spettatore.
Per trent’anni circa lei si è occupato di commedie. Ho notato, durante la proiezione, che c’erano momenti nel film che suscitavano qualche risata. Questa scelta era voluta?
No. Era assolutamente fuori da qualsiasi mio obiettivo. Quando ho sentito qualche risata in sala durante la proiezione, la cosa non mi ha dato fastidio ma anzi è stata per me una nuova scoperta: non l’avevo messo in conto.
Per quanto riguarda l’atmosfera terrorifica e di tensione, la colonna sonora è stata molto importante. Come avete lavorato su questo aspetto?
In realtà ho fatto realizzare una colonna sonora originale, una colonna sonora di base con strumenti digitali, che poi ho fatto ascoltare ai musicisti dandogli come direttiva di creare qualcosa che avesse per i vari momenti del film lo stesso mood, la stessa atmosfera perché, come dici, era molto importante che le immagini venissero supportate da qualcosa che suonasse in quel preciso modo per creare l’effetto giusto.